Immagine del corpo: fiducia in sé e responsabilità

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Dopo aver letto l’ultimo intenso ed emozionante post sul blog di Jessie Diggins, ho pensato di condividere qualche riflessione che avevo fatto l’estate scorsa al Blinkfestivalen in Norvegia.

“Mi trovo nella mia camera di hotel, sono le 22 circa e le mie gambe sono stanche. Oggi hanno lavorato duro: per quasi 40′ hanno spinto lungo una ripida salita ad un ritmo di battiti cardiaci sopra la soglia. L’emittente nazionale, Nrk, sta trasmettendo proprio la gara Lysebotn Opp e osservo basita Charlotte Kalla mentre distrugge letteralmente la concorrenza a suon di possenti spinte. Sembra bucare l’asfalto tanta è la forza che imprime sui bastoni. A supportarla, braccia e gambe molto muscolose, per non parlare del tronco. Se fosse la gara di un anno fa, starei guardando basita allo stesso modo un’altra atleta piuttosto abituata a “uccidere le gare” : Therese Johaug. Un fisico molto diverso da quello di Charlotte: sempre muscolosa, ma magra e filiforme. Fisico differente, comunque vincente.”

Il mio fisico non assomiglia a nessuno di questi due. E non sarà mai come quello di queste atlete. Sono io che non sono adatta per questo sport? O forse fissiamo degli standard che sono in conflitto con la realtà? E chi è che fissa questi standard? D’altra parte non è realistico pensare di poter diventare così: queste sono le fondiste più forti al mondo e sono geneticamente dotate. Il mio fisico è diverso. Io stessa sono diversa e non c’è ragione di provare ad inseguire la strada di un’altra atleta. Senza contare che ci sono moltissime altre atlete eccellenti con caratteristiche fisiche completamente diverse. Questo è un lato che mi è sempre piaciuto dello sci di fondo: è uno sport fatto di moltissime componenti e ciò permette ad atleti con caratteristiche differenti di avere comunque successo. Ognuno di noi è differente e dotato di peculiarità che lo porteranno ad intraprendere e vivere esperienze uniche.

Questa consapevolezza non è affatto scontata e non è così semplice da guadagnare. Tante ragazze e atlete (ma è un fenomeno che riguarda anche gli uomini) non hanno un buon rapporto con l’immagine del corpo e sacrificano se stesse e la propria vita per inseguire un fisico ideale, che molto spesso rasenta la perfezione. È un fenomeno molto più ampio di quello che si creda e può avere risvolti alquanto problematici: per citare un esempio, il 20% delle giovani fondiste norvegesi soffre di disordini alimentari, ma anche moltissime atlete evolute e donne devono fare i conti con problemi di questo tipo.

La qualità del rapporto con l’immagine del corpo va di pari passo con la fiducia in se stessi. Questi due aspetti si condizionano ed influenzano a vicenda. E, tutti ci siamo passati, negli anni dell’adolescenza sono due aspetti particolarmente delicati e suscettibili al parere altrui. Gestire questo genere di cose a quell’età è come camminare su una fune: non esistono sicurezze.

E in questo panorama, quanto sono importanti le figure di riferimento? Non credo serva che io risponda.

Ma ora un’altra domanda (e questa è densa di rabbia, lo ammetto): quante figure di riferimento incompetenti, ignoranti e superficiali abbiamo incontrato in quegli anni che così tanto hanno plasmato chi siamo oggi?

Il futuro di quanti ragazzi, ma in particolare ragazze, è stato segnato dalle parole fuori luogo di queste persone?

Quante di quelle parole sono andate nel profondo, tanto da essere state interiorizzate e aver reso quegli adolescenti i giudici impietosi di se stessi?

I problemi legati all’immagine del corpo sono davvero estesi: c’è l’urgenza di un atto di coraggio nell’intavolare apertamente il discorso e, soprattutto, prendere dei provvedimenti. Tante vite sono rovinate da questi problemi. Ogni giorno. In silenzio. È un discorso che va ben al di là dell’ambito sportivo, poiché coinvolge moltissimi ambiti della società. Da qualche parte le cose si stanno muovendo: esiste un programma di screening degli atleti all’interno della Federazione di sci norvegese, per garantirne la salute, ad esempio. E poi ci sono gli atti di coraggio di persone eccezionali come Jessie, che raccontano la propria storia con semplicità e onestà.

Lo sport dovrebbe essere lo spazio in cui testare i propri limiti, mettersi alla prova, accrescere la fiducia in se stessi nelle proprie capacità, indipendentemente da quali siano le caratteristiche del proprio corpo. Non dovrebbe essere il luogo in cui la confidenza viene smembrata e fatta a pezzi da parole dette senza competenza, ma soprattutto senza comprensione, empatia, compassione.

Credo fermamente che gli atleti evoluti abbiano una grande responsabilità nei confronti dei più giovani e del movimento sportivo in generale, soprattutto in questo frangente sociale così delicato. Una responsabilità nel diffondere la conoscenza di queste tematiche e di questi problemi. Una responsabilità nel trasmettere un’immagine positiva e sana della vita sportiva.

Abbiamo una responsabilità nei confronti degli altri nel modo in cui ci mostriamo, ci proponiamo e l’immagine che diamo di noi. Cosa vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi? Un paio di foto con le nostre chiappe in vista in cambio di qualche like? O un modo differente, più consapevole, più salutare di vivere lo sport, anche ad alto livello?

 

foto in copertina: Paolo Meitre Libertini

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photo credit: Paolo Meitre Libertini